La rabbia.
Se ci penso sono arrabbiata. Almeno credo.
Forse sono proprio incazzata.
Ma quando mi ritrovo a pensarci mi chiedo a chi indirizzare questa rabbia.
Potrei indirizzarla verso il ragazzo che si dichiarava femminista e di sinistra, quando mi metteva le mani al collo se non avevo voglia o quando mi spingeva la testa sul suo cazzo fino a farmi mancare l’aria. Potrei dirgli che cazzo di
male che ho provato ogni volta che mi insultava, ma tanto per lui era giusto così .
Potrei indirizzarla al ragazzo che ci provò con me davanti alla sua ragazza, che mi fece sentire “speciale” e che mi ha buttato da parte senza preoccuparsi di ciò che sentivo. Potrei urlargli che il suo comportamento mi ha spezzato in due, che mi ha fatto credere che io non valevo un cazzo, ma lui non se ne è mai accorto.
Forse potrei indirizzarla al ragazzo con cui ho buttato sette anni di vita, potrei dirgli che dirmi di stare zitta perché era stanco di sentire la mia voce mi ha fatto cadere in un tunnel di depressione dal quale ancora faccio fatica ad uscire. Potrei dirgli che tutte le volte che mi schifava, che mi dava per scontata e che si rifiutava di avere rapporti con me, mi hanno fatto credere che sono io quella sbagliata. Ma tanto lui la sua vita perfetta la viveva comunque.
Potrei indirizzarla al ragazzo con cui a caso sono andata a letto, perché sono libera di farlo, e che il giorno dopo mi ha detto di stare zitta perché doveva chiamare la moglie. Aveva omesso che era sposato, tanto per lui “era una cosa che non contava un cazzo”.
Potrei indirizzarla al ragazzo che pensava che mettermi le mani nei pantaloni in una piazza piena di gente fosse una cosa bella, tanto quanto tirarmi i capelli e dirmi “ti legherei e ti piscerei addosso”. Per lui è normale parlare
così, è giusto.
Potrei indirizzarla all’uomo che mentre lavoravo ha pensato di poter avvicinarsi e toccarmi la schiena, per farmi a parer suo piacere, perché a lui andava così.
Potrei indirizzarla al ragazzo etero bianco borghese che l’altro ieri mi ha detto “in questo periodo i discriminati siamo noi, magari avessi io il potere che avete voi”.
Il potere, si. Potere di non essere libere di vivere la propria sessualità senza essere etichettate, potere di non esser libere di dire di no senza la paura di essere ammazzate. Potere di non esser tranquille nel mandare una foto ad un ragazzo, perché lui potrebbe girarla al mondo intero.
Potrei incazzarmi, un botto, potrei prendere tutti questi sedicenti uomini e vomitargli addosso
tutto il male che mi hanno fatto. Potrei dirgli di come mi hanno spezzata.
Potrei farlo, si, ma in primis mi incazzo con me stessa. Mi incazzo con me stessa per aver
inseguito per anni il consenso degli uomini, per aver cercato per tutta la vita di piacere a qualcuno
per il quale io non valevo un cazzo, quando avrei dovuto solo capire che il mio valore sono io a
deciderlo, non il loro pisello. Mi incazzo con me stessa perché ho lasciato che la loro ristrettezza
mentale giudicasse la mia persona. Perché in fondo per loro era tutto
normale, io dovevo solo accettare che fosse così.
Forse tutto questo rappresenta la definizione più corretta che conosco della parola patriarcato, un
tipo di educazione talmente radicata nella società da diventare un archetipo. Talmente radicata da
farmi sentire sbagliata anche quando volevo solo essere libera di vivere.
Ed è qui che mi sorge il dubbio se effettivamente la rabbia sia la strada più corretta. Perché se
dovessi includere chiunque, dovrei includere le sorelle che mi hanno detto che alla fine potevo
essere meno troia, lo sapevo che gli uomini sono merde. Perché alla fine comunque l’etichetta
con l’accezione negativa devo averla io. È giusto così, è socialmente accettato.
Quindi la rabbia effettivamente potrebbe non portare a troppo, perché alla fine una donna
arrabbiata è un’isterica, è una strega.
La rabbia però ci sta, ed è tanta, è un fuoco che divampa senza sosta. Ed è proprio questo fuoco
che può eradicare un’educazione malata, perché da li dobbiamo ripartire: una nuova educazione.
Educhiamoci al rispetto, alla libertà, all’accettazione, all’ascolto, al dialogo, alla comprensione,
alla libera espressione, educhiamoci al femminismo.
Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sbagliata, inferiore o spezzata a causa di un’educazione
malata. Educhiamoci ed educhiamo, per noi e per tutte le donne che non possono più farlo,
perché uccise da una società complice di questa malattia collettiva che è il patriarcato.
