Durante l’ultimo anno del liceo ho avuto una relazione romantica con quello che era il mio professore di italiano e latino, ma sono anni che faccio fatica a parlarne, non riesco a scriverne ed è perché mi vergogno. Non delle cose che sono successe, ma dell’aver lasciato che succedessero. Penso alle persone che mi vogliono bene che scoprono quello che è successo e che mi guardano. La ragazza che conoscono che ha lasciato che le venissero fatte quelle cose e le ha sopportate in silenzio, che ha permesso che la incastrassero in quell’area grigia in cui consenso e manipolazione si addensano in un fumo che ti soffoca. Dove non ci sono tutti i valori che quotidianamente vorrei dimostrare e portare avanti. Oltre alle ferite mi è stato lasciato questo: segreti che mi rimangono intrecciati al cuore perché non ho mai il coraggio di parlarne con nessuno, o quando lo faccio non riesco mai a raccontare tutto quello che è successo. Perché ogni volta che guardo l’immagine completa di quello che è successo mi sento avvilita: ero davvero io? Com’è possibile che proprio io, che mi informo, che leggo articoli, saggi e libri sulla violenza di genere, che mi definisco femminista abbia permesso tutto questo? Com’è possibile che mi sia fatta risucchiare nel vortice di qualcun altro, annullando ogni forma di idea, di opinione e strumento comunicativo che possedessi? Una mia amica mi ha detto: “A 19 anni non potevi avere la coscienza che ne hai adesso”. E allora perché quella persona era autorizzata a stare vicino a me? Perché un professore che guarda le alunne con desiderio è autorizzato a stare in un’aula? Perché la verità è che è uno stereotipo così socialmente accettato che anche le poche persone intorno a me che sapevano non hanno fatto niente. La verità è certi stereotipi di violenza e manipolazioni sono talmente radicati in noi da renderci cieche ed indifese quando ci schiacciano. Mentre scrivevo l’ho cercato su Instagram e ho scoperto che non solo insegna ancora al liceo, ma ora è anche giornalista e professore universitario. Penso spesso all’idea di rincontrarlo per dirgli tutto quello che penso e che ho realizzato in questi anni o per sfogare tutta la mia rabbia e frustrazione riempendolo di botte, fino a che non cade a terra sgomento e sanguinante. Ma la verità è che se me lo ritrovassi davanti, ho paura che non saprei cosa dire, di rimanere paralizzata, di tornare a essere quella ragazzina impotente, muta, zitta e buona. Com’è che una parte di me dopo tutti questi anni è ancora lì a pensarci, mentre lui è andato avanti già da tempo? Perché sono io che devo convivere con questo trauma e dolore, mentre lui continua inconsapevole e felice a sbattersene il cazzo di tutti e di tutto? Mi vergogno di essermi fatta schiacciare e mi vergogno di vergognarmene. Per questo scendo in piazza: perché non succeda più a nessuna delle nostre sorelle, perché nessuna rimanga indifesa e pieghi sé stessa alle volontà di qualcun altro che la manipola fino a farle credere di volere quello che sta succedendo. Perché i luoghi di formazione siano liberi da bias sessisti e violenza machista. Perché chi abusa, molesta, violenta venga ostracizzato dalla società e non messo sulle sedie che detengono il potere. Però guardo la società che mi circonda e ciò mi sembra più vicino al sogno che alla realtà.

Sorella, sappi che io ti credo, ti sostengo e credo a tutto quello di dici e a tutto quello che non hai il coraggio di dire.