Il giorno che mi sono liberata dalla validazione del maschio, dal suo sguardo, dal suo giudizio come metro del mio valore, la mia vita è totalmente cambiata. Il dolore che mi hanno arrecato gli uomini è stato così profondo da aver minato ogni cosa bella che avevo, tanto che a volte mi ha fatto pensare che quel dolore avesse fatto terra bruciata intorno a me. Ho sempre frequentato uomini di sinistra – i fra marxisti, anticapitalisti, anarchici – tutti che parlavano e lottavano per una società libera da sistemi opprimenti e violenti: ma quando questi sistemi andavano interconnessi alle questioni di genere, alla decostruzione del maschio, alla presa di coscienza maschile, tutto scompariva.

Un attimo prima ci trovavamo a parlare di anarchia, antispecismo e distruzione delle gabbie, tre bicchieri dopo mi trovavo costretta a urlare per spostare le vostre mani e la vostra bocca. Un attimo prima eravamo lì a parlare e giocare da amicu quali siamo sempre statu, tre bicchieri dopo mi ritrovavo all’improvviso la vostra mano fredda nelle mutande. Un attimo prima a discutere di neocolonialismo, un attimo dopo sulla via della casa abbandonata di vostra nonna a pregarvi di riportarmi a casa.

Odiare gli uomini mi è venuto piuttosto naturale, ma non senza provare rabbia per questo odio. La rabbia del vostro silenzio, della vostra finta vicinanza, della solidarietà che riuscite a create davvero solo tra voi, solo nel dirvi che non avete sbagliato, che non avevate capito, che avevate solo bevuto, che in effetti lei sta un po’ esagerando, brucia nelle mie vene. Vi vedo mentre parlate di una società diversa, nuova, rinata dalle ceneri di questa senza mai arrivare davvero a pensare di distruggere la mascolinità, tutta. Parlate di st*pri e violenze organizzandone eventi, scrivendone libri, articoli e newsletter, girandone film di merda con la stessa vicinanza e comprensione emotiva che potete dare a qualcosa di completamente distante da voi. La violenza non vi tocca, dite che è una cosa da fasci, una cosa impulsiva, un discorso di cui potete parlare con le prime persone che vi si presentano. La facilità con cui vi vedo parlarne senza mai prendere accorgimenti su un possibile trigger è disarmante: anche solo parlarvi è doloroso.

Spero che un giorno possiate conoscere la sorellanza, la vicinanza che le sorelle fanno sentire, quella rabbia enorme, condivisa, che brucia per fare spazio all’amore e al conforto. Spero che un giorno distruggeremo i vostri spazi “safe” resi insicuri da voi, dalla vostra rete, dai vostri compagni molestatori che possono girare liberamente nei luoghi dove stanno le compagne abusate, dagli eventi a cui partecipate perché invitati, perché va bene tutto però quando vi tocchiamo gli amici, i compagni che stanno in prima linea, i compagni che scrivono libri, allora forse siamo andate un po’ oltre.

Odiarvi non dovrebbe essere così facile, ma lo è: potrei scegliere di lavorare su questo odio, di renderlo piccolo o nullo, ma senza presa di responsabilità e volontà di cambiamento non lo farò. Sceglierò di non soffocarmi di esso, di non accecarmi, di non separarmi da voi, di vedervi come prodotti culturali di questa società, io come voi ma anche contro di voi. Lavorerò sul dolore di vivere in questa società da persona socializzata come donna, sul dolore delle sorelle che perdo ogni giorno a causa vostra, sul dolore e la paura che io e le ame condividiamo, la rabbia di dover riuscire a sopravvivere mentre si lotta per bruciare tutto.
Alle mie sorelle donne, frocie e trans, tutto l’amore che ho.