Avevo 15 anni quando un uomo che consideravo amico mise la sua mano nelle mie mutande e mi bacio il collo, senza dire nulla, senza chiedere. Sai come mi sono sentita? In colpa. Perché mesi prima quell’amico aveva dichiarato il suo presunto amore nei miei confronti e l’avevo rifiutato, di nuovo. Nei mesi seguenti i suoi bro, che consideravo, di nuovo, miei amici, continuarono a pregarmi di fare “pace” con lui. Che non voleva spaventarmi, stava solo male. È stato un tentativo disperato, non sarebbe andato oltre. E così successe, facemmo pace. Ma dentro di me non feci pace proprio con nessuno, era guerra, con me stessa e soprattutto, con gli uomini.
Quella stessa persona, quel ragazzo per bene, che si interessava di libri, musica, film, così acculturato e così intelligente, tempo dopo mi chiese se fossi lesbica dato che rifiutavo le sue attenzioni e quelle di altri uomini, con quell’ironia un po’ indispettita, come se l’unica spiegazione al mio rifiuto fosse che “magari non ti piace il cazzo”. Mi sentii stranamente sollevata da quella domanda, così violenta, omofoba, misogina. Mentre nei suoi occhi vedevo l’odio, nei miei si accendeva una rabbia viscerale, che con il tempo ho imparato a coltivare. Questo episodio non è il primo né l’ultimo di una lunga serie, ma semplicemente capii che non siamo al sicuro mai. Neanche con un amico con cui credevamo di condividere ideali e pensieri. All’epoca non ero riuscita ad interpretare quel sentimento di sollievo, ma oggi lo so: in quell’istante capii che della validazione maschile non me ne facevo proprio nulla.
Ed oggi, più grande, più frocia, e più consapevole non mi sento più in colpa ad odiarvi. E quanto vi odio, quanto vi odiamo. Parlo a voi, cosiddetti maschi di sinistra: se invece di nascondervi, di allearvi, di giustificarvi quando vi diciamo che la violenza è così impregnata nelle vostre menti, nelle vostre mani, nelle vostre bocche, nei vostri organi sessuali, nei vostri trattati, nella vostra arte, se invece di parlarci sopra ogni singola volta, se invece di giustificare il vostro fra perché porello era solo innamorato e se invece di riempirvi la bocca con parole “di sinistra” per adempire ai doveri di un personaggio in cui avete scelto di identificarvi, se soltanto per una volta provaste ad ascoltare il nostro dolore, se provaste a responsabilizzarvi, se capiste che “se toccano una toccano tutte” non è uno slogan ma è sorellanza, e se capiste che se toccano una, l’avete toccata tutti…Certo non basterebbe a farvi perdonare, non riporterebbe le nostre sorelle che ci avete strappato, non farebbe svanire i nostri traumi. Ma se per un’istante riusciste a chiudere quella maledetta bocca, forse vi accorgereste che non basta scendere in strada e leggere marx per essere compagnx.
Vi accorgereste che accanto alla vostra lotta intermittente fatta di parole spicce che si accende e si spegne entro la durata di un corteo, c’è la nostra, che non si spegne mai, che si affronta con le unghie e con i denti. Ma sappiate che noi siamo qui, a lavorare su noi stesse, a struggerci per far passare un messaggio, e se volete essere un minimo coerenti con le vostre lotte, allora venite e ascoltateci. Venite e lasciate a casa l’ego, l’orgoglio, la violenza. Venite e guardate cosa cosa vuol dire condividere, essere solidali. Venite e guardate cosa vuol dire avere paura, che per noi lottare significa anche sopravvivere. Scendere in piazza significa anche incazzarsi 10 volte lungo la strada ma dosare la propria rabbia così da averne ancora da spendere in corteo. Sappiate che noi siamo qui, con il nostro odio, la nostra rabbia, il nostro fuoco. Non vi vogliamo a fianco nella lotta, vogliamo vedere il cambiamento. Fino a quel momento la lotta siamo noi, la lotta la fanno le ame.
